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La maggior parte dei lettori di questo blog avrà assaggiato la “barretta” Kinder… quella con la forma ondulata… e in ogni caso quanto sto per dire vale anche per il più famoso ovetto di cioccolata con la sorpresa dentro…

Ebbene, li ho posti per un po’ al centro delle mie riflessioni. Infatti sono buoni, e pure parecchio, vale a dire che se ne mangerebbero tonnellate.

Tuttavia proprio in quest’ultima frase risiede la loro carica emblematica… “se ne mangerebbero tonnellate”. Se ne mangerebbero tonnellate perchè, pur essendo tutto sommato piacevoli nell’immediato, non ci lasciano niente, non ci soddisfano, la nostra gola, e noi con lei, non si sente appagata.

Così ne mangeremmo a tonnellate, aumentando i nostri consumi, il denaro che diamo all’azienda, e in ogni caso la quantità di calorie in eccesso che abbiamo assunto, senza sentirci minimamente appagati… senza che quel gusto piacevole ci abbia realmente lasciato qualcosa, qualche sapore, in bocca. 

E’ per questo che mi proclamo con orgoglio difensore del quadretto di cioccolato fondente.

Era un greco: nacque visse e compì miracoli come ogni buon ateniese… morì a modo suo.

Il suo corpo di suicida, inondato di sangue, giaceva sotto la lama di un pugnale, conficcata nel petto con forza e con mano ferma, davanti al santuario di Delfi.

Era fato che sarebbe morto per mano del padre, in qualche luogo e qualche tempo che la Pizia non si era curata di chiarirgli…

Un giovane dal carattere fiero e impetuoso… Amava chi lo aveva generato, aveva una drammatica fiducia nell’uomo e nella sua libertà.

Era un inguaribile peccatore, la sua hybris lo rendeva inviso agli dei, gli uomini lo ammiravano con vergogna e sgomento.

I suoi occhi luccicavano perversamente, mentre si ammazzava guardando fisso chi gli aveva riferito del fato “l’alto consiglio”.

Giovane e probabimente mai esistito, aveva fatto di sè un vincitore e un martire, in nome della pura libertà.

Qualcuno conobbe la sua storia, ma tutto tremante decise di dimenticarla e rassegnarsi con profondo rammarico al fatto che gli dei dell’Olimpo decidevano del suo destino.

Chi lotta per le proprie idee, come l’atleta:

non è statico;

corre perchè ha piacere di correre e non perchè se l’è autoimposto;

è severo, con se stesso soprattutto, e anche con gli altri;

ha una rigida disciplina alle spalle;

sa sacrificarsi per ottenere il meglio, anche se non vi è obbligato da nessuno;

onora chi lo allena, di più se severo;

sa che può superare l’allenatore, che nessuna forza superiore glielo vieta;

sa che i suoi muscoli fanno parte del suo corpo, e non sono estranei, se sbaglia dipende da lui;

per valere qualcosa deve essere giovane, e non anagraficamente;

lotta e soffre, soffre, ma prova intimo piacere nel soffrire,

perchè se soffre vuol dire che ha lavorato;

la sofferenza non lo ferma;

morirebbe più che fermarsi prima del dovuto, davvero,

e non “per principio”, ma per sentirsi degno di essere chiamato uomo;

sa che ogni limite è fittizio, frutto di una mente che vuole evitare altri sforzi;

nel momento in cui si convince di avere un limite invalicabile è finito;

nel momento in cui si convince di essere sul limite invalicabile è completamente inutile;

considera i suoi traguardi infimi e le sue potenzialità massime;

conosce se stesso, quando può scattare e quando deve recuperare;

quando recupera non si ferma: cammina;

non va mai in gara impreparato, perchè può perdere tutto, davvero tutto, in una manciata di secondi;

durante la gara pensa solo alla gara, come se per lui non esistesse nient’altro;

ha una strategia in gara, anche se il mondo pensa che corra e basta;

sa che il suo valore si decide negli ultimi metri della gara,

e in quel momento ha i muscoli lacerati, ma che oramai tendono inesorabilmente verso il traguardo;

sa che chiudere gli occhi e lanciarsi negli ultimi dieci metri non abbrevia i 10m, che qualsiasi cosa accada saranno sempre 10m;

non disprezza chi fallisce in gara, ma chi si ritira solo per paura;

alla fine capisce che la gara è angosciante solo prima della gara,

e che il tempo che intercorre tra lo sparo e il traguardo è pura estasi,

estasi positiva;

e che dopo il traguardo ricominciano gli allenamenti,

anche se quella linea bianca sembra l’ultimo traguardo;

non pensa alla resa, e non la disprezza,

semplicemente, non sa cosa sia.

In uno spartito di Bill Evans

un povero, piccolo, pianista indifeso

ha trovato un

MI DIESIS  

seguito da un Fa diesis

talvolta gli artisti sono cattivi….

(cronaca romanzata di fatto realmente accaduto: ogni pianista sa che il mi diesis si suona fa, ma un attimo di scombussolamento viene….)

I motori delle auto non producono rumore, la mattina intorno alle 7.45.

Ognuno cammina silenzioso per la propria strada, senza nulla da raccontare, perchè la giornata deve ancora cominciare, e con essa tutti i problemi del giorno prima..

Anche tu sei tra loro e, oltre a non avere nulla da dire, non hai nessuno con cui parlare.

Ma non ha importanza: la strada parla sempre da sè, e sa ascoltare quello che non hai da dire. Perchè essa vive negli umani silenzi. Vive quando l’uomo è solo e afono, quando riesce ad avvolgerlo nel suo grigio accogliente.

Vive e offre i suoi doni in segno di gratitudine.

Quando l’essere umano cammina solo, passando vicino a negozi chiusi, comincia ad accorgersi dell’esistenza della strada intorno a lui, sotto il cielo  sopra la terra. Comincia a capire che quell’intreccio di persone, quell’avvicendarsi a perdita d’occhio di palazzi tanto diversi, quel sovrapporsi interminabile di balconi e finestre, quegli sparuti gerani nei vasi, e quei pesanti tombini, anche se finanziati da Cirino Pomicino, hanno un senso indipendente dal fatto che lui passa di lì per andare a lavoro.

È quel meraviglioso grigio opaco che vede il sole, che respira aria reale, se non pura, che può gonfiare il petto, emblema del cosmopolitismo,  e gridare la sua gioia alla nascente luce del mattino.

Le auto fuggono senza far rumore, viaggiando sopra cuscinetti di aria e di gomma, e non si sa dove vanno. Ci si aspetta che spariscano dopo esserci passate accanto, che siano state solo uno ornamento, un elemento che rendesse più realistico lo scenario, che non abbiano realmente un fine, in quella gaia mattina di Febbraio.

I pedoni hanno una storia incisa nei lineamenti del viso e, sempre che non abbiano troppa fretta, si può chiedere loro l’ora e persino affidare alle loro orecchie un proprio commento su un evento di cronaca lussemburghese. Non solo: si può sta certi che stiano andando da qualche parte, e nemmeno troppo lontana. L’auto potrebbe anche fermarsi dieci ore dopo dall’altra parte d’Italia; anche se per prendere l’autostrada sarebbe dovuta andare nel verso opposto: potrebbe aver sbagliato, in fondo è una macchina.

Il mattino passa attraverso i palazzi, dove l’universo umano in divenire lo accoglie, altrimenti la notte non avrebbe fine, con il sorgere del sole. I raggi del sole giungono indisturbati, ma il mattino ha bisogno dell’uomo, o del gallo, che apra gli occhi per vederlo.

E si sente la sinfonia della strada, quell’energia sublime e leggerissima che non sa staccarsi da terra, che pronuncia a chiare lettere le note del sole sorgente, che si staglia nella natura scintillnte attraverso il più vile catrame.

E l’uomo non vuole più andare in ufficio, anche se lo aspetta una promozione, perchè ha assaporato la libertà.

Freeronin2

SONO…

una sportiva, un'artista, un'amante di jazz folk e rock, un'ammiratrice della filosofia orientale, una marxista, un'amante degli aforismi.